Alessandro Azzaretto
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Il sito

Undici dollari l'anno

· Alessandro Azzaretto · 3 min di lettura

Undici dollari l'anno. Più o meno è quanto costa alessandroazzaretto.com.

Oggi l'ho comprato, su Cloudflare. Fino a oggi questo sito esisteva solo in una cartella del mio PC. Adesso ha un indirizzo.

Da dove partivo

Il sito funzionava, ma solo in locale. Doppio clic su index.html e finiva lì.

Per metterlo online servivano quattro pezzi:

  • un repository su GitHub, privato;
  • il dominio, comprato su Cloudflare;
  • Cloudflare per ospitare il sito;
  • Google Search Console, per dire a Google che il sito esiste.

Repository privato vuol dire che il codice resta mio, mentre il sito è pubblico. Le pagine le può leggere chiunque. La cartella che c'è dietro, nessuno.

Cosa si è messo di traverso

Il primo problema stava nascosto nella cartella stessa.

Nella cartella del progetto non c'è solo il sito. Ci sono anche CLAUDE.md, il file delle regole, e il comando /articolo. File di lavoro. Non roba per i visitatori.

Pubblico la cartella così com'è → va online tutto → CLAUDE.md leggibile da chiunque indovini l'indirizzo.

Così ho spostato tutto il sito pubblico in una sottocartella, public/. Online va solo quella. I file di lavoro restano fuori.

Una cartella, un confine.

Seconda sorpresa: per i progetti nuovi Cloudflare non consiglia più Pages, il servizio che pensavo di usare. Consiglia Workers. E ho usato Workers.

E quindi? Per un sito fatto di HTML e CSS cambia poco. Un piccolo file di configurazione dice "il sito è in public/" e Cloudflare serve quei file. Niente codice server, niente build.

Online va solo public/. I file di lavoro restano a casa.

Cosa ho sistemato

Ho collegato il repository a Cloudflare con il deploy automatico. Ogni volta che mando le modifiche su GitHub (un push), Cloudflare le prende e aggiorna il sito.

E quindi? Scrivo un articolo → push → è online. Niente file da caricare a mano.

Poi ho disattivato l'indirizzo provvisorio che Cloudflare dà a ogni progetto, quello che finisce con workers.dev. E quindi? Il sito vive a un solo indirizzo. Il mio.

Prima di andare online ho anche preparato le pagine per Google:

  • ogni pagina ha un titolo e una descrizione scritti apposta;
  • ogni pagina ha un tag canonical, una riga che dice a Google "questo è l'indirizzo ufficiale di questa pagina";
  • ogni pagina inglese è collegata alla sua gemella italiana, così Google mostra la versione giusta alla persona giusta;
  • una sitemap, un file con l'elenco di tutte le pagine del sito, più un robots.txt che dice ai motori di ricerca dove trovarla;
  • nella home, un piccolo blocco di dati strutturati che dice chi sono: nome, studente di ingegneria elettronica al Politecnico di Milano, link al sito.

Ultimo passo: ho verificato il dominio su Google Search Console e ho inviato la sitemap. Ha trovato 16 pagine.

Otto in inglese, otto in italiano. Esattamente quelle elencate nella sitemap.

Cosa ho imparato

Una cartella di lavoro e un sito pubblico sono due cose diverse. Tenerle nello stesso posto funziona benissimo, fino al giorno in cui pubblichi.

Gli strumenti cambiano più in fretta delle abitudini. La risposta ovvia era Pages, oggi il consiglio è Workers. Conviene controllare cosa suggerisce il fornitore adesso.

Prossimo passo

Il sito è online, ma quattro pagine progetto dicono ancora "Da definire". Prima erano segnaposto sul mio PC. Adesso sono segnaposto in pubblico. Servono testi veri.

Undici dollari l'anno per avere un nome su internet. Adesso devo riempirlo.